SEUL LE SILENCE (2018)

SEUL LE SILENCE

Solo il silenzio trova spazio tra i nostri passi, ma parole non dette gravano sulle nostre spalle con il peso di una disperazione che sa di irrimediabile. 

Serro le spalle, mi faccio piccolo nel cappotto troppo grande. Non è mio, è il suo; almeno questo è suo.
Uno sciame di pensieri affolla la mia mente – come tafani sulle carogne pregustano il loro pranzo di morte -, ronza tra le ossa e le cervella in direzioni opposte, facendomi esplodere le tempie.

So che devo calmarmi, sapevamo tutti cosa sarebbe accaduto. La macchina del destino si era ormai messa in moto, eravamo ingranaggi che si incastravano alla perfezione in un unico grande meccanismo. Allora perché i nostri passi non si muovono più all’unisono? Un… due… quattro… tre… uno… due…


Quale vite è fuori posto? Quale pistone deve essere lubrificato?

Non alzo lo sguardo, dove dovrei guardare? Attorno a noi non c’è luce, ma solo alberi che ci serrano con le loro braccia lignee in un abbraccio disperato.

Mi concentro sul mio respiro: intuisco il mio ventre alzarsi e riabbassarsi lentamente, percepisco la pesantezza delle mie carni – che vorrei stracciare per abbandonare a brandelli alla marcescenza del bosco, putrefazione che è già parte di me – e all’improvviso mille mani calde, mani di uomo, mani che conosco bene solo da lontano mi avvolgono con una presenza che è quanto più fisica perché puramente immaginaria. Le sento insinuarsi in luoghi in cui non oso confessare un desiderio. Invocano bramose una possessione disegnando lingue di fuoco sulla mia pelle arsa dalla colpa.
Non alzo lo sguardo, dove dovrei guardare? Attorno a noi non c’è luce, ma solo alberi che ci serrano con le loro braccia lignee in un abbraccio disperato.

Mi concentro sul mio respiro: intuisco il mio ventre alzarsi e riabbassarsi lentamente, percepisco la pesantezza delle mie carni – che vorrei stracciare per abbandonare a brandelli alla marcescenza del bosco, putrefazione che è già parte di me – e all’improvviso mille mani calde, mani di uomo, mani che conosco bene solo da lontano mi avvolgono con una presenza che è quanto più fisica perché puramente immaginaria. Le sento insinuarsi in luoghi in cui non oso confessare un desiderio. Invocano bramose una possessione disegnando lingue di fuoco sulla mia pelle arsa dalla colpa.

La vergogna è come un pugno tra i polmoni, e il mio pudore ferito lamenta un conforto che non arriverà, lamentoso come un ululato nella notte.
Neppure il vento accarezza le mie gote infuocate, nessuno sguardo mi regalerà dolcezza.

Allora grido. Urlo la mia rabbia, contro gli altri, contro me, contro Dio.
@EdoardoAngrilli